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Discopatia: come riconoscerla e quali sono le cure

Discopatia: come riconoscerla e quali sono le cure

Zanolli Osteopatia

La discopatia è una delle cause del mal di schiena più diffuse. Riguarda gli sportivi ma anche gran parte della popolazione adulta. Vediamo quali sono i sintomi e le soluzioni utili per alleviare il dolore

Quando il semplice mal di schiena si presenta e poi evolve in discopatia le cause sono diverse.

Sia durante le normali attività quotidiane, nel lavoro e nello sport, il dolore che insorge alla colonna vertebrale tocca principalmente i dischi intervertebrali.

Questi dischi sono dei piccoli elementi circolari situati tra una vertebra e l’altra e sono un cuscinetto indispensabile per ammortizzare la forza compressiva proveniente dai movimenti del corpo.

Con il passare del tempo e con la pratica di sport che sollecitano la colonna vertebrale (come pallavolo, basket, danza, nuoto a rana, pesistica, corsa e ciclismo) si presentano infiammazioni alla cosiddetta cerniera lombosacrale.

È proprio questa zona che subisce i carichi provenienti dall’alto (peso corporeo che preme sulla schiena) e dal basso (impatto con il terreno) con il manifestarsi di diversi sintomi localizzati.

Discopatia: sintomi più frequenti

Le parti del corpo interessate dal comune mal di schiena (lombalgia) o da una discopatia sono la regione lombare e la regione cervicale.

Nella parte bassa della schiena si concentra il dolore più intenso che si irradia anche ai glutei e alle cosce, fino al collo e braccia.

Il disturbo localizzato nella parte inferiore della schiena può riguardare anche i muscoli o le articolazioni intervertebrali portando dolore e limitazione funzionale.

Altri sintomi sono:

  • formicolio,
  • debolezza della forza nelle gambe,
  • dolore in posizione seduta e in piedi,
  • difficoltà a camminare.

Successivamente, e con il passare del tempo, la discopatia può evolvere in discopatia degenerativa.

Discopatia degenerativa: perché è la causa più diffusa del mal di schiena

La discopatia degenerativa è causata dalla serie di stress biomeccanici dovuti all’intensa attività sportiva, ma anche a fattori genetici che influiscono le proprietà dei dischi intervertebrali.

Con il progressivo invecchiamento, inoltre, i dischi perdono la loro elasticità e questo fattore incide su tutti gli altri elementi della colonna vertebrale, causando dolore.

Studi specifici hanno riscontrato che la degenerazione dei dischi intervertebrali inizia già all’età di 35 anni per poi aumentare progressivamente fino ai 60 anni.

Ecco perché è importante non sottoporre la schiena a movimenti impropri e stressanti o subire traumi che accelerano il processo di degenerazione.

Consigliata è la pratica di esercizi utili a rinforzare e tonificare i vari distretti muscolari presenti attorno alla colonna vertebrale.

manipolazione schiena

L’intervento dell’osteopata si basa sulla valutazione fisiologica generale e su manipolazioni mirate a riequilibrare la zona lombare

Come trovare giovamento con la ginnastica

La pratica di esercizi focalizzati sui muscoli paravertebrali è l’unico toccasana per prevenire stati dolorosi alla schiena.

Con la pratica dello stretching, cioè l’allungamento muscolare, i muscoli mantengono la loro elasticità favorendo una adeguata flessibilità e mobilità della schiena.

Ecco i muscoli da tenere allenati con costanza:

  • muscoli paravertebrali lombari,
  • muscoli addominali,
  • muscoli dei glutei,
  • muscoli posteriori della coscia.

In questo caso chiedi pure al tuo osteopata o fisioterapista di fiducia quali sono gli esercizi di ginnastica posturale più indicati per contrastare il dolore o prevenire eventuali riacutizzazioni.

In diversi sport è entrato oramai a pieno titolo anche la figura del Mental Coach che supporta l’attività di preparazione sia fisica che psicologica.

Gli esercizi di stretching sono importanti per ridurre e posticipare il manifestarsi del mal di schiena ma, purtroppo, non escludono l’intervento dello specialista.

Intervento dell’osteopata con la manipolazione articolare

Quando il dolore si presenta, spesso a causa di una forte sollecitazione della parte inferiore della schiena, allora è il momento di agire.

Con l’aiuto dell’osteopata, che applica delle tecniche di manipolazione articolare e il riallineamento sull’intera zona interessata e circostante, si andrà a ridurre la tensione muscolare delle articolazioni vertebrali.

Sono manipolazioni che ripristinano la corretta posizione delle articolazioni e contribuiscono a ridurre il dolore.

Interessante è l’approfondimento del National Library of Medicine – National Center for Biotechnology Information con l’articolo “Osteopathic Manipulative Treatment: Muscle Energy Procedure – Lumbar Vertebrae” dove si descrive la tecnica dell’energia muscolare (MET – Muscle Energy Procedure) come un approccio ideale per gestire il dolore lombare.

Attraverso la manipolazione e il riallineamento, la MET mira ad alleviare sia il dolore lombare acuto che quello cronico, offrendo sollievo e migliorando il benessere del paziente.

Un consulto con l’osteopata è solo il primo passo per valutare quali sono le tecniche manuali più sicure, sempre nell’ottica di una visione di cura generale che è alla base dell’approccio osteopatico.

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Michele Zanolli

Da più di 30 anni come Osteopata aiuto i pazienti nel recupero della funzionalità di muscoli e articolazioni oltre e al ripristino delle principali funzioni fisiologiche generali, anche con l’uso dell’ipnosi clinica ericksoniana.

Negli anni mi sono specializzato anche in Mental Coaching seguendo atleti di varie discipline sportive, dal rugby al sollevamento pesi, nuoto, triathlon, motocross e football americano.

Michele Zanolli

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Ipnosi Ericksoniana: come funziona, applicazioni e domande frequenti

Ipnosi Ericksoniana: come funziona, applicazioni e domande frequenti

Zanolli Osteopatia

L’ipnosi clinica si rivela un utile supporto all’osteopatia per un migliore recupero negli infortuni e nella gestione del dolore cronico o acuto. Sempre più scelta da pazienti e terapisti, vediamo oggi quali sono i suoi punti chiave

Con l’ipnosi ericksoniana intendiamo quell’approccio all’ipnosi sviluppato dal medico e psicoterapeuta americano Milton H. Erickson (1901-1980) e che si basa sulla teoria che le risorse necessarie al cambiamento siano insite nella storia esperenziale della persona. 

L’ipnosi ericksoniana si differenzia dalle forme tradizionali di ipnosi e dall’idea che generalmente si ha dell’ipnosi, e che oramai raramente si ritrova negli studi degli psicoterapeuti. 

Si caratterizza infatti da uno stile indiretto, permissivo e collaborativo, che punta a facilitare i processi di cambiamento attraverso il dialogo e la valorizzazione delle risorse interiori della persona.

Può essere utile per intervenire in diversi ambiti, tra cui il controllo del dolore nelle patologie croniche ma anche il controllo delle emozioni negative, come ansia, attacchi di panico, dipendenze, fobie e depressioni.

Utile supporto anche nella gestione del recupero post infortunio e del dolore acuto.

Ipnosi Ericksoniana: in cosa consiste e come funziona

I punti chiave dell’ipnosi ericksoniana sono i seguenti:

1. Approccio indiretto e collaborativo del terapeuta

Invece di usare comandi diretti come nell’ipnosi classica (“Ora chiudi gli occhi e rilassati”), l’ipnosi ericksoniana usa suggerimenti indiretti, metafore e racconti. 

Questo approccio mira a bypassare la resistenza conscia della persona, lasciando che il messaggio raggiunga l’inconscio in modo naturale.

2. Flessibilità e adattamento

L’ipnosi ericksoniana si basa sull’idea che ogni individuo è unico, e quindi il terapeuta adatta il suo approccio alle caratteristiche, ai bisogni e alle esperienze personali del paziente. 

Non ci sono schemi rigidi: la comunicazione si costruisce sul momento.

Scriveva M. Erickson:
“Una delle considerazioni più importanti quando si induce l’ipnosi è quella di andare incontro in maniera adeguata al paziente come personalità e di rispondere ai suoi bisogni come individuo. Si cerca troppo spesso di adattare il paziente ad una tecnica formale di suggestione, invece di adattare la tecnica al paziente, secondo la sua situazione personale del momento.” 

Milton Erickson (American Journal Clinical Hypnosis, 1958, 1: 3-8)

3. Connessione con il proprio inconscio

M. Erickson credeva che l’inconscio fosse una risorsa preziosa, piena di potenziale creativo e soluzioni. L’obiettivo dell’ipnosi è aiutare la persona a connettersi con questa parte profonda di sé per trovare risposte, cambiamenti e raggiungere la guarigione.

4. Uso delle metafore

Le metafore e i racconti sono strumenti fondamentali nell’ipnosi ericksoniana. Attraverso una storia, il terapeuta può comunicare idee, soluzioni o modelli di comportamento che l’inconscio del paziente può elaborare.

Ad esempio, raccontare una storia su un fiume che trova il suo percorso naturale può aiutare una persona a comprendere come superare un ostacolo nella vita.

5. Esperienze positive come risorse

L’ipnosi ericksoniana punta a far emergere esperienze positive e a rafforzare l’autonomia del paziente. 

Non è il terapeuta che “guarisce”, ma il paziente che scopre e utilizza le proprie risorse.

Il terapeuta adatta il proprio lavoro al paziente, che viene inteso come soggetto attivo e partecipe.

Si crea così un legame di collaborazione, in cui l’ipnoterapeuta aiuta la persona ad osservarsi e riconoscersi per le capacità e peculiarità che le sono proprie.

Ipnosi clinica

Punti chiave dell’ipnosi ericksoniana

6. Trance Leggera

L’ipnosi ericksoniana non richiede una trance profonda: spesso si lavora in uno stato di rilassamento leggero o persino in una conversazione normale.

In altre parole, possiamo definire lo stato ipnotico come uno stato di coscienza diverso dalla veglia comune in cui l’attenzione del soggetto diventa estremamente focalizzata e rivolta verso l’interno.

Si tratta di uno stato naturale che emerge spontaneamente più volte al giorno e che permette di recuperare energie, rielaborare le esperienze vissute, entrare a contatto con le proprie fantasie, desideri e potenzialità.

M.Erickson stesso diceva che “la trance è uno stato naturale” e che tutti sperimentiamo stati simili nella vita quotidiana (ad esempio, quando ci perdiamo nei nostri pensieri).

Per M. Erickson lo stato ipnotico implica “la perdita di orientamento nei confronti della realtà esterna e lo stabilirsi di un nuovo orientamento nei confronti di una realtà astratta.” 

Milton Erickson (Initial Experiments Investigating the Nature of Hypnosis, in American Journal Clinical Hypnosis, 1964, 7, pp. 152-162)

L’ipnosi ericksoniana perde dunque l’aspetto manipolatorio che caratterizzava la vecchia ipnosi, per focalizzarsi sulle risorse della persona e sulla relazione che si instaura con l’ipnoterapeuta.

7. Approccio naturalistico con il paziente

M. Erickson definisce i suo approccio ipnotico come naturalistico, che significa l’accettazione della situazione che si incontra e la sua utilizzazione, senza tentare di “ristrutturarla da un punto di vista psicologico”. 

Il concetto stesso di trance o stato ipnotico altro non è che uno stato di alterazione di coscienza che normalmente la persona già sperimenta durante momenti quotidiani ed è in tale stato ipnotico che avverrà la terapia; terapia che si adatterà alle necessità che, istante dopo istante, emergono durante lo stato ipnotico.

8. Dialogo e guarigione: esperienza di riassociazione e riorganizzazione

Secondo M.Erickson, per produrre la guarigione sono necessarie una riassociazione e riorganizzazione di idee, di modi di vedere e ricordi della propria vita esperenziale.

Il cambiamento, o la guarigione, si raggiungono sempre in modo consapevole, anche se non sempre ci sarà coscienza di tale consapevolezza.

È possibile cioè che al risveglio della trance la persona percepisca solo l’effetto benefico del cambiamento, senza essere consapevole delle ragioni per cui esso sia avvenuto.

Cosa avviene durante la seduta: domande frequenti

Spesso mi viene chiesto se durante la seduta si rimane coscienti o se al termine della seduta si ricorda esattamente cosa è accaduto.

Vediamo insieme questi aspetti.

Durante la seduta di ipnosi si rimane coscienti. Mentre in passato si credeva che l’efficacia dell’intervento fosse tanto maggiore quanto più profonda la trance, oggi si prediligono trance il più possibile leggere. 

In questo stato la persona interagisce attivamente con l’esterno ed è direttamente coinvolta nel processo di cambiamento. 

Anche negli stati di ipnosi più profonda, il soggetto conserva la propria volontà, capacità di giudizio e di reazione agli stimoli rilevanti.

Pertanto l’idea che dipinge il soggetto ipnotizzato come un automa non trova riscontro nell’ipnosi moderna.

Dopo la seduta si ricorda esattamente ciò che è avvenuto durante la trance ipnotica.

In certi casi, possono essere dimenticate quelle parti dell’esperienza in cui l’inconscio lavora senza palesarsi.

Inoltre, non è necessario credere all’ipnosi perché funzioni: la letteratura scientifica ne conferma l’efficacia a prescindere dalle credenze individuali.

ipnosi clinica

Durante la seduta si rimane coscienti e dopo la seduta si ricorda tutto ciò che è avvenuto. Mentre in passato si credeva che l’efficacia dell’intervento fosse tanto maggiore quanto più profonda la trance, oggi si prediligono trance il più possibile leggere

 

Applicazioni dell’Ipnosi Ericksoniana

L’ipnosi ericksoniana è utilizzata in molti contesti, tra cui:

  • Psicoterapia: trattamento di ansia, depressione, traumi, fobie.
  • Gestione del dolore: per migliorare la tolleranza al dolore cronico o acuto.
  • Miglioramento personale: per aumentare l’autostima, superare blocchi creativi o raggiungere obiettivi lavorativi o nello sport.
  • Nel trattamento dei disturbi psicosomatici o per promuovere il rilassamento.

Questo approccio, grazie alla sua natura gentile e rispettosa, è molto apprezzato sia dai terapeuti che dai pazienti.

Ti interessa approfondire questo argomento?

Sono un osteopata e psicoterapeuta con un master in Ipnosi Clinica all’Istituto Nicoletta Gava.

Nella mia attività l’ipnosi si è rivelata un valido supporto all’osteopatia per un migliore recupero negli infortuni e nella terapia del dolore.

Utile anche per sviluppare il proprio potenziale e come preparazione mentale in un percorso di coaching.

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Infiammazione del tunnel carpale: quando l’osteopata aiuta il tennista

Infiammazione del tunnel carpale: quando l’osteopata aiuta il tennista

Zanolli Osteopatia

Nel tennis l’infiammazione del tunnel carpale è causa di lunghi periodi di inattività. Ecco come l’intervento dell’osteopata può ridurre i tempi di recupero 

Il dolore al polso, dovuto all’infiammazione del tunnel carpale, è una delle problematiche più frequenti che si presentano al lavoro, nella quotidianità e in determinati sport, in special modo il tennis.

Per questo è importante cercare di capire come ridurre le probabilità di contrarre questa fastidiosa infiammazione ai tendini e nervi.

Nella pratica dello sport del tennis è utile identificare le cause che portano l’insorgere dell’infiammazione e limitare il più possibile eventuali infortuni.

In questo ultimo decennio è aumentato il problema del dolore/lesione al polso sia per come viene impugnata la racchetta sia per la velocità di gioco e la potenza dei colpi.

Uno studio condotto su 370 tennisti ha evidenziato che la presa Eastern è associata a lesioni del polso radiale mentre la presa Western e semi-Western sono associate a lesioni nella zona ulnare (estensore ulnare del carpo). [fonte: aiso-associazionescuoleosteopatia.it]

Ora prendiamo in considerazione la zona da trattare in caso di dolore, cioè quella del polso.

Il polso: un crocevia di tendini e nervi

Il polso unisce l’avambraccio alla mano ed è composto da 8 ossa sottili, suddivise su due file parallele di 4 chiamate “ossa carpali”.

Il carpo si trova in mezzo a due articolazioni: le articolazioni del polso e quelle del metacarpo (che compone le ossa della mano).

L’articolazione del polso è il risultato della funzionalità tra carpo e il radio (un osso dell’avambraccio).

Il tunnel carpale è quel canale anatomico attraverso il quale passano i tendini di ben 9 muscoli della mano e il nervo mediano.

Questi 9 tendini che passano dal tunnel carpale appartengono uno al muscolo flessore del pollice, quattro ai muscoli flessori delle dita della mano e quattro ai muscoli flessori superficiali delle dita della mano.

In ultima c’è il nervo mediano che parte in corrispondenza dell’ascella e percorre tutto il braccio e avambraccio fino ad introdursi nel palmo della mano, passando attraverso il tunnel carpale a livello del polso.

Questo nervo permette la capacità tattile del palmo della mano e del suo movimento con il pollice, indice, medio e parte dell’anulare.

tennis e sindrome del tunnel carpale

La sindrome del tunnel carpale può interessare anche il gomito, con l’infiammazione del nervo dell’ulna

 

Patologie che possono insorgere nel tunnel carpale

La patologia più comune è la sindrome del tunnel carpale in cui il nervo, schiacciato dai tessuti circostanti, si irrita e perde parte delle sue funzioni.

Questa patologia porta a:

  • dolore al polso, al palmo e alle dita controllate dal nervo mediano (escluso il mignolo),
  • senso di intorpidimento o sensazione di scossa elettrica,
  • deficit di forza della mano,
  • gonfiore della mano,
  • formicolio delle zone percorse dal nervo mediano in quanto arriva meno sangue al nervo.

Questi sintomi tendono a peggiorare sopratutto durante le normali attività manuali o sportive che sfruttano il movimento del polso e si manifestano nel corso della notte.

Il dolore può espandersi anche all’avambraccio e arrivare fino alla spalla.

La sindrome del tunnel carpale se non trattata può provocare dolore anche durante il giorno, perdita di sensibilità e riduzione della forza della mano.

Nel tennis l’incidenza dei casi aumenta in quanto l’atleta è soggetto a microtraumi al polso dovuti all’impatto della racchetta con la pallina o a torsioni imprevedibili del polso.

I movimenti ripetitivi e le sequenze di carico negli allenamenti possono creare squilibri muscolari e situazioni di stress, soprattutto con il gioco moderno che predilige alcuni tipi di presa di diritto e l’uso del rovescio a due mani.

Intervento e rimedi

Per alleviare i sintomi e ridurre il rischio di sviluppare la sindrome del tunnel carpale il consiglio dell’osteopata è quello di:

  • sospendere l’attività sportiva o lavorativa che provoca l’infiammazione,
  • riposo dell’articolazione del polso e riprendere l’attività con cautela,
  • tenere al caldo mani e polsi sopratutto nella stagione fredda,
  • riequilibrare il polso e il sistema flessore ed estensore delle dita fino al gomito e all’avambraccio.

In molti casi le contratture dei muscoli della mano costituiscono un impedimento funzionale nei confronti dello scorrimento dei tendini.

Con una serie di tecniche osteopatiche si può agire sulle disfunzioni dei tendini e delle strutture fibrose della mano con l’obiettivo di ristabilire la normale fisiologia della zona.

Il trattamento manipolativo osteopatico della mano viene comunque esteso all’arto superiore, passando anche dal gomito, fino alla zona cervicale in quanto, quasi sempre, ci sono delle catene disfunzionali discendenti (zone del corpo da analizzare e sulle quali agire per riportare il normale equilibrio fisiologico).

Trattamento manipolativo osteopatico: come interviene l’osteopata

L’intervento dell’osteopata sul paziente avviene dopo una valutazione della zona del corpo da trattare e si basa sulla manipolazione.

Questo trattamento manipolativo, che può essere di tipo pressorio e di allungamento con leggere pressioni sull’area da trattare (sui tessuti molli) fino a movimenti di stretching, è finalizzato a:

  • ridurre il dolore,
  • alleviare le tensioni muscolari,
  • ristabilire e favorire la circolazione sanguigna,
  • recuperare la funzionalità dell’arto.

Il trattamento manipolativo può essere complementare anche a terapie mediche e riabilitative.

Secondo l’AISO (Associazione Italiana Scuole Osteopatia) la manipolazione del polso è risultata essere più efficace degli ultrasuoni, del massaggio traverso profondo e degli esercizi di allungamento e rafforzamento muscolare per la gestione dell’epicondilite laterale quando c’era un follow-up a breve termine.

Pertanto, il ruolo dell’osteopata nel tennis è diventato fondamentale nella preparazione dell’atleta e, sopratutto, nella riabilitazione post infortunio, con il recupero della funzionalità della zona interessata.

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Nevralgia: come riconoscerla e come l’osteopata può esserti d’aiuto

Nevralgia: come riconoscerla e come l’osteopata può esserti d’aiuto

Zanolli Osteopatia

L’osteopata può essere d’aiuto per ridurre il dolore e per migliorare la qualità di vita agendo su cause muscolo-scheletriche o posturali che contribuiscono alla nevralgia

Quando parliamo di nevralgia ci riferiamo a un dolore intenso e acuto causato dall’irritazione, dall’infiammazione o dal danneggiamento di un nervo. 

Questo dolore, descritto come bruciante, lancinante o simile a una scossa elettrica, si manifesta solitamente lungo il percorso del nervo interessato e può essere costante o intermittente.

Cause della nevralgia

La nevralgia, chiamata anche neuropatia, dolore neuropatico o dolore neurogeno è una condizione più comune negli anziani, ma può colpire a qualsiasi età. 

Sebbene non sia pericolosa per la vita, la nevralgia può essere fisicamente e mentalmente invalidante a causa del dolore imprevedibile e grave e rappresenta una causa significativa di dolore cronico in molte persone, specialmente negli anziani.

La nevralgia si sviluppa solitamente come conseguenza di:

    • Compressione o danno al nervo: ad esempio da un’ernia del disco o a causa di una neoformazione che cresce.
    • Infezioni: tipico esempio è il virus dell’herpes zoster, che causa la nevralgia post-erpetica.
    • Malattie croniche: ad esempio diabete, malattia renale, porfiria e sclerosi multipla.
    • Infiammazione dovuta a patologie autoimmuni il Lupus Eritematoso Sistemico o la Sindrome di Guillain-Barré.
    • Traumi o interventi chirurgici che possono danneggiare i nervi.
    • Assunzione di determinati farmaci, ad esempio cisplatino, paclitaxel o vincristina (farmaci chemioterapici).
    • Cause idiopatiche: quando non si identifica una causa precisa.

Tipi comuni di nevralgia

Esistono diverse forme di nevralgia, e tra le più comuni includiamo:

  • Nevralgia del trigemino: colpisce il nervo trigemino, responsabile della sensibilità del viso, causando forti dolori facciali. I pazienti avvertono dolore improvviso e acuto, spesso in risposta a stimoli leggeri come parlare, masticare o lavarsi il viso. Il dolore si concentra tipicamente su una metà del viso e può durare pochi secondi o minuti, ma gli attacchi possono essere ripetuti più volte al giorno. È più comune nelle persone oltre i 50 anni, con una leggera predominanza nelle donne.
  • Nevralgia occipitale: interessa i nervi occipitali nella parte posteriore della testa. Il dolore è solitamente localizzato nella parte posteriore del cranio, ma può estendersi fino agli occhi. Il dolore può scatenarsi da movimenti del collo o pressioni sul nervo.
  • Nevralgia post-erpetica: dolore persistente che segue un episodio di herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio).
  • Nevralgia intercostale: dolore lungo i nervi tra le costole, spesso associato a traumi o infezioni.

Diagnosi e trattamento

La diagnosi di nevralgia si basa su anamnesi, esame clinico e, talvolta, imaging (come risonanza magnetica o TAC) per identificare la causa.

Il trattamento può includere:

    • Farmaci: antidolorifici, anticonvulsivanti (come gabapentin), antidepressivi triciclici, o antinfiammatori.
    • Terapie fisiche: fisioterapia o massaggi per alleviare il dolore.
    • Interventi chirurgici: in casi gravi, per decomprimere il nervo.
    • Terapie complementari: agopuntura od osteopatia, utili a ridurre il dolore cronico.

L’osteopata può essere di aiuto nella gestione della nevralgia, soprattutto se il dolore è associato a tensioni muscolari, disallineamenti articolari o alterazioni posturali che influenzano i nervi coinvolti. 

Sebbene l’osteopatia non sia una cura definitiva per tutte le forme di nevralgia (soprattutto quelle di origine infiammatoria o legate a patologie neurologiche più complesse), può offrire un trattamento complementare che mira a ridurre i sintomi e migliorare il benessere generale.

Cosa può fare l’osteopata

L’osteopata, grazie a una valutazione globale del corpo, può identificare eventuali tensioni muscolari, blocchi articolari o alterazioni posturali che possono comprimere o irritare i nervi.

I trattamenti manuali che l’osteopata mette in atto sono i seguenti:

  1. Rilascio miofasciale: tecniche per ridurre la tensione muscolare e fasciale, che possono alleviare la compressione sul nervo.
  2. Mobilizzazione articolare: manipolazioni dolci per migliorare la mobilità delle articolazioni, soprattutto nella colonna vertebrale, che è spesso collegata a problemi nervosi come la nevralgia intercostale.
  3. Tecniche cranio-sacrali: utili in caso di nevralgia del trigemino o altre forme che coinvolgono la testa e il collo.
  4. Lavoro sui diaframmi corporei: per migliorare la circolazione e ridurre la tensione nervosa.

Anche lo stress cronico può peggiorare i sintomi di nevralgia; alcune tecniche osteopatiche aiutano a rilassare il sistema nervoso autonomo.

Inoltre, l’osteopata può fornire consigli su esercizi, abitudini posturali e movimenti da evitare o incoraggiare, per prevenire ulteriori episodi di nevralgia.

Limiti dell’osteopatia

Se la nevralgia è causata da lesioni gravi al nervo, patologie neurologiche, o infezioni (come l’herpes zoster), l’osteopata non può sostituire un trattamento medico specifico.

In questi casi, il lavoro dell’osteopata può essere solo complementare e deve essere coordinato con un medico o un neurologo.

Quando rivolgersi a un osteopata

Rivolgiti all’osteopata:

  • Se la nevralgia sembra essere associata a cattiva postura, tensioni muscolari o disfunzioni articolari.
  • Per un trattamento privo di farmaci o interventi invasivi.
  • Dopo aver consultato un medico per escludere cause che richiedono una terapia specifica (ad esempio, un’infezione o una condizione neurologica seria).

In sintesi, l’osteopata può aiutarti a ridurre il dolore e migliorare la qualità della vita agendo su cause muscolo-scheletriche o posturali che contribuiscono alla nevralgia.

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Artrosi al ginocchio: fattori rischio, sintomatologia e benefici del trattamento osteopatico non invasivo

Artrosi al ginocchio: fattori rischio, sintomatologia e benefici del trattamento osteopatico non invasivo

Zanolli Osteopatia

Grazie alla mobilizzazione articolare, alle manipolazioni e al massaggio dei tessuti molli l’osteopata può aiutarti nel recupero funzionale del ginocchio dolorante, con beneficio dell’intero sistema muscolo-scheletrico

L’artrosi al ginocchio, conosciuta anche come gonartrosi, è una malattia cronica degenerativa che colpisce l’ articolazione del ginocchio, caratterizzata dalla progressiva usura della cartilagine che riveste i menischi con successivo sfregamento del femore sulla tibia.

In altre parole, la cartilagine che protegge le ossa si assottiglia progressivamente venendo meno alla sua azione di protezione. 

Con il movimento degli arti inferiori che provoca sfregamento tra le ossa, femore e tibia finiscono per danneggiarsi a vicenda provocando dolore e infiammazione.

Articolazione del ginocchio

Articolazione del ginocchio

 

Ne soffre circa il 15% degli adulti sopra i 60 anni, arrivando a colpire fino al 30-40% delle persone sopra i 70 anni, con una maggiore incidenza delle donne.

L’artrosi del ginocchio rappresenta una delle principali cause di disabilità nel nostro Paese, colpendo 4 milioni di Italiani.

Abbiamo parlato di artrosi e di tipi di artrosi nei precedenti articoli:

Vediamo oggi in particolare quali sono i fattori rischio dello sviluppo dell’artrosi al ginocchio, la sintomatologia e come l’osteopatia può essere un trattamento non invasivo di cura e riduzione del dolore.

Artrosi al ginocchio: sintomatologia

L’artrosi del ginocchio può colpire uno o entrambe le ginocchia, ossia essere monolaterale o bilaterale.
I sintomi tipici sono;

  • dolore e arrossamento del ginocchio;
  • riduzione della mobilità del ginocchio;
  • gonfiore al ginocchio;
  • ginocchio instabile;
  • scricchiolio del ginocchio;
  • formazione di osteofiti/speroni ossei all’interno del ginocchio (piccole escrescenze ossee);
  • riduzione del tono muscolare della coscia.

Negli stadi più avanzati l’artrosi del ginocchio può portare anche a una deformazione degli arti inferiori (ginocchio varo, deformità anatomica degli arti inferiori dove le ginocchia puntano l’una in direzione opposta all’altra) e impedire le normali attività quotidiane.

Artrosi al ginocchio: fattori di rischio nello sviluppo della patologia

L’artrosi del ginocchio si sviluppa di solito come conseguenza di più fattori.
Vediamo quali sono: li distinguiamo tra fattori non modificabili, modificabili e biomeccanici.

Fattori rischio non modificabili

  1. Età: è il fattore più comune. Il rischio aumenta con l’avanzare degli anni a causa dell’usura naturale delle articolazioni. 
  2. Sesso: le donne, soprattutto dopo la menopausa, hanno un rischio maggiore di sviluppare la patologia rispetto agli uomini, probabilmente a causa di cambiamenti ormonali che influenzano la salute delle articolazioni.
  3. Fattori genetici: alcune persone ereditano caratteristiche anatomiche (come ad esempio un allineamento errato delle ginocchia) che rendono le articolazioni più suscettibili a sviluppare la patologia.
  4. Malformazioni congenite: alcune anomalie strutturali come ginocchia vare o valghe (gambe arcuate oa “X”) possono predisporre all’usura precoce della cartilagine provocando dolore.

Fattori di rischio modificabili

Si definiscono fattori di rischio modificabili quelle situazioni sulle quali si può intervenire attraverso cambiamenti dello stile di vita o l’assunzione di farmaci.

I principali sono:

  1. Obesità: Il peso in eccesso causa uno stress notevole sulle cartilagini articolari.
  2. Lesioni articolari pregresse: traumi o lesioni al ginocchio, come fratture, lesioni del menisco o altri infortuni ripetuti alle ginocchia possono portare ad artrosi.
  3. Attività lavorative o sportive che si caratterizzano per movimenti ripetitivi, sollevamento di carichi pesanti o attività che sovraccaricano le ginocchia aumentano il rischio di sviluppo della patologia.
  4. Sport ad alto impatto, come ad esempio calcio, corsa su lunghe distanze o sci possono contribuire allo sviluppo della patologia.
  5. Sedentarietà: una vita sedentaria riduce la forza muscolare e la stabilità dell’articolazione, aumentando il rischio di artrosi.
  6. Debolezza muscolare: i muscoli meno sviluppati intorno al ginocchio forniscono meno supporto all’articolazione, aumentando lo stress sulla cartilagine.
  7. Dieta povera di nutrienti: la carenza di nutrienti essenziali per la salute delle articolazioni, come vitamina D, calcio e antiossidanti, può contribuire al degrado delle cellule presenti nella cartilagine.
  8. Infiammazioni croniche come l’artrite reumatoide o altre patologie infiammatorie possono aumentare il rischio di artrosi.

Fattori rischio biomeccanici

Per fattori rischio biomeccanici si intendono quelle affezioni cronico-degenerative delle ossa, dei tendini, dei muscoli e dei nervi che riconoscono cause sia lavorative (come la movimentazione manuale di carichi pesanti e/o pazienti, gli sforzi ripetuti degli arti superiori) che extra-lavorative (fattori costituzionali, abitudini o hobby). 

I più comuni sono:

  1. Allineamento scorretto dell’articolazione
    Disallineamenti delle ginocchia (ad esempio, ginocchia vare o valghe) alterano la distribuzione del carico sull’articolazione, accelerando l’usura della cartilagine.
  2. Instabilità articolare
    Problemi di legamenti o muscoli intorno al ginocchio possono causare stress aggiuntivo che va a peggiorare la situazione della cartilagine.

Diagnosi

Il primo esame che permette al medico di diagnosticare l’artrosi di ginocchio con certezza, di osservare l’articolazione nel suo insieme e di comprendere con quale tipo di terapia procedere è la radiografia al ginocchio sotto carico.

Quando è necessario un approfondimento diagnostico per caratterizzare, in maniera più accurata, l’estensione della patologia artrosica allora si ricorre anche a risonanza magnetica (RM) e/o alla tomografia computerizzata (TAC).

Come curare l’artrosi al ginocchio

In base alla gravità della degenerazione articolare, si può ricorrere a  diverse soluzioni per rallentare la progressione dell’artrosi di ginocchio.

Nelle prime fasi della malattia, pomate, farmaci antinfiammatori e fisioterapia possono essere utili per il controllo del dolore, soprattutto se l’artrosi di ginocchio è stata diagnosticata precocemente.

Le soluzioni di medicina rigenerativa (PRP e cellule staminali) vengono utilizzate soprattutto nei pazienti giovani e nelle degenerazioni lievi-moderate.

Diversi studi hanno sottolineato l’efficacia di PRP e cellule staminali nel rallentamento della progressione e nel controllo della sintomatologia.

Anche le infiltrazioni con acido ialuronico possono aiutare in questa fase della malattia, in quanto possiedono una forte componente lubrificante che diminuisce le conseguenze del contatto diretto tra le ossa. Il potenziale rigenerativo dell’acido ialurinico è tuttavia molto inferiore rispetto a PRP e cellule staminali.

Nelle fasi avanzate della patologia si ricorre all’intervento chirurgico e si procede con l’impianto di una protesi al ginocchio, che può essere totali o parziali.

Le scelte chirurgiche cambiano in base al grado di compromissione della cartilagine del ginocchio e alle caratteristiche del paziente.

Obiettivi dell’osteopatia nell’artrosi al ginocchio

artrosi ginocchio

Trattamento osteopatico

L’osteopatia ha un ruolo molto importante nella gestione di questa problematica.

Infatti, l’osteopatia rientra fra le cosiddette terapie “conservative”, ossia tutte quelle terapie che vengono consigliate al paziente prima di sottoporsi all’intervento chirurgico.

L’osteopata effettua, dopo l’anamnesi, un’approfondita valutazione palpatoria a livello dell’articolazione del ginocchio, che prende in considerazione elementi come la mobilità, la consistenza del tessuto fasciale e muscolare e la sensazione del paziente in relazione al tocco su specifiche aree anatomiche dell’arto inferiore.

Di seguito l’osteopata, grazie a tecniche di mobilizzazione attiva del ginocchio eseguite in completa sicurezza, aiuta la vascolarizzazione e il drenaggio dell’articolazione, favorendo la riduzione dell’infiammazione e il rilascio delle tensioni muscolari.

L’osteopata può inoltre suggerire esercizi mirati, miglioramenti posturali e modifiche nello stile di vita con lo scopo di ridurre l’infiammazione.

Di seguito i principali benefici dell’osteopatia:

  1. Riduzione del dolore, grazie alle tecniche manuali che migliorano la mobilità articolare e riducono la tensione muscolare, alleviando il dolore.
  2. Miglioramento della mobilità: la manipolazione sull’articolazione del ginocchio può migliorare la flessibilità e l’ampiezza dei movimenti.
  3. Ottimizzazione della postura e dell’equilibrio biomeccanico: quando il ginocchio è dolente o rigido, il corpo può adottare schemi di movimento errati che sovraccaricano altre aree, come la schiena o l’anca. L’osteopata valuta e corregge eventuali disallineamenti o sovraccarichi che influenzano il ginocchio.
  4.  Supporto alla circolazione: migliorare la circolazione locale è utile nella riduzione dell’infiammazione.

È importante sottolineare che l’osteopatia non può riparare i danni alla cartilagine o curare l’artrosi. È un trattamento complementare che dovrebbe essere integrato con altre terapie, quali fisioterapia, farmaci e dieta.

Quando rivolgersi a un osteopata?

Rivolgiti all’osteopata se il dolore al ginocchio è persistente e limita le attività quotidiane o se senti una particolare rigidità al movimento dell’articolazione: l’osteopatia può essere particolarmente efficace per migliorare la gestione complessiva dell’artrosi al ginocchio e migliorare la qualità di vita.

Contattami per un consulto, mi trovi a Verona e a Santa Maria di Zevio (Verona).

Michele Zanolli

Da più di 30 anni come Osteopata aiuto i pazienti nel recupero della funzionalità di muscoli e articolazioni oltre e al ripristino delle principali funzioni fisiologiche generali, anche con l’uso dell’ipnosi clinica ericksoniana.

Negli anni mi sono specializzato anche in Mental Coaching seguendo atleti di varie discipline sportive, dal rugby al sollevamento pesi, nuoto, triathlon, motocross e football americano.

Michele Zanolli

Osteopata & Mental Coach

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Tipi di artrosi e utilità del trattamento manipolativo osteopatico

Tipi di artrosi e utilità del trattamento manipolativo osteopatico

Zanolli Osteopatia

Artrosi lombare o cervicale, artrosi alle mani e ai piedi, alle ginocchia o all’anca. Scopri come trovare beneficio con le manipolazioni osteopatiche 

L’artrosi è una malattia cronica degenerativa dovuta all’usura e all’invecchiamento delle articolazioni.

In Italia l’artrosi colpisce 4 milioni di persone, soprattutto tra i 60 e gli 80 anni, e le donne hanno un rischio di svilupparla superiore rispetto agli uomini.

Ne abbiamo parlato nel precedente articolo: Artrosi e benefici dell’Osteopatia

Abbiamo visto in particolare sintomatologia, cause, fattori di rischio e utilità del trattamento osteopatico.

Vediamo oggi più nel dettaglio quali sono le articolazioni più interessate da questa degenerazione, ossia: 

  • la colonna vertebrale (artrosi lombare o cervicale),
  • il ginocchio (gonartrosi),
  • l’anca (coxartrosi),
  • le articolazioni di mani (rizoartrosi) o dei piedi. 

Tipi di artrosi

Esistono vari tipi di artrosi, a seconda della parte del corpo colpita: in questo caso parliamo di artrosi localizzata.

Se, invece, interessa più aree contemporaneamente, parliamo di artrosi diffusa in tutto il corpo.

Artrosi della colonna vertebrale lombare e cervicale

L’artrosi della colonna vertebrale può colpire il tratto lombare e quello cervicale. 

Parliamo di artrosi lombare quando il dolore si manifesta con mal di schiena (lombalgia) nelle persone di età superiore ai 60 anni, e la cui intensità aumenta con il progredire della malattia. 

L’artrosi lombare è una patologia degenerativa che riguarda la parte bassa della schiena, provocando dolore e rigidità.

La diagnosi precoce e le modifiche dello stile di vita sono utili nel trattamento del dolore. 

Le attività quotidiane faticose ripetute, che mettono sotto stress la parte bassa della schiena, possono causare nel tempo il deterioramento delle articolazioni e dei dischi della colonna lombare.

Fattori predisponenti sono l’eccessivo peso corporeo e la presenza di alterazioni della normale posizione delle vertebre nella zona lombare (lordosi).

Se soffri di dolori lombari leggi anche: Le cause del mal di schiena e l’importanza della prevenzione

Artrosi cervicale

Parliamo invece di artrosi cervicale quando il dolore compare in seguito alla formazione di osteofiti e alla protrusione del disco intervertebrale, che provocano la compressione delle radici e dei nervi spinali. 

I sintomi tipici dell’artrosi cervicale sono dolore localizzato, formicolii e intorpidimento di spalle e braccia.

Se l’artrosi cervicale provoca una riduzione dello spazio intorno al midollo spinale, le radici nervose che passano attraverso la colonna vertebrale possono essere compresse. In questo caso i sintomi possono includere:

  • debolezza, insensibilità, sensazione di punture di spillo negli arti inferiori e superiori
  • mancanza di coordinamento
  • dolore agli arti

È una patologia molto comune e che peggiora con l’età (ne è affetta circa l’85-90 per cento delle persone di 60 anni e più).

Se soffri di dolori cervicali potresti leggere: Cervicalgia: come risolvere il dolore e recuperare il benessere

Artrosi dell’anca (coxartrosi)

L’artrosi dell’anca è una patologia degenerativa dell’articolazione dell’anca provocata da una progressiva alterazione della cartilagine articolare.

Si caratterizza da dolore che coinvolge l’inguine e a volte anche il gluteo, la coscia e il ginocchio.

Si manifesta con rigidità articolare che impedisce anche movimenti banali come allacciarsi le scarpe. 

Anche qui lo stile di vita e il peso corporeo vanno a incidere sulla sintomatologia e sul peggioramento della patologia.

Artrosi del ginocchio (gonartrosi) 

L’artrosi del ginocchio è una patologia cronica invalidante molto diffusa nelle persone con più di 60 anni.

È più frequente nel sesso femminile ed è caratterizzata da dolore, gonfiore, ridotta mobilità articolare e rigidità che, in fase avanzata, può portare a disabilità. 

Questa infiammazione cronica è la conseguenza dalla degenerazione degli strati di cartilagine che fanno parte all’articolazione del ginocchio e dal conseguente sfregamento del femore sulla tibia.

I fattori che favoriscono lo sviluppo dell’artrosi al ginocchio sono i seguenti: età avanzata, obesità, una storia passata di infortuni al ginocchio o interventi di rimozione del menisco.

L’artrosi al ginocchio può essere monolaterale o bilaterale, riguardare cioè entrambe le ginocchia, ed è una condizione dagli effetti irreversibili e per la quale esistono soltanto cure che aiutano a ridurre la sintomatologia.

Se hai problemi alle ginocchia potresti leggere Dolore al ginocchio: cause, diagnosi e prevenzione

Artrosi delle mani (rizoartrosi)

Le articolazioni della mano, proprio come la cartilagine,  sono particolarmente coinvolte nello sviluppo dell’artrosi perché vanno spesso incontro a usura.

Le articolazioni della mano più colpite da artrosi sono:

  • articolazioni interfalangee distali, cioè le falangi più esterne delle dita, dove ci sono le unghie. Queste articolazioni sono molto piccole, ma lavorano molto, si consumano più facilmente e hanno uno strato di cartilagine molto sottile;
  • articolazione trapezio-metacarpale, cioè l’articolazione che ci permette di opporre il pollice. Questa articolazione ha grande libertà di movimento e si consuma più facilmente delle altre;
  • articolazioni intracarpiche, cioè del polso. Queste articolazioni diventano artrosiche in presenza di una vecchia lesione al legamento del polso. 

I sintomi dell’artrosi della mano variano in base alla gravità della condizione e alle articolazioni coinvolte. I più comuni includono:

  • dolore: è il sintomo principale e può variare da lieve a intenso;
  • diminuzione della capacità motoria della mano;
  • gonfiore a livello dell’articolazione.

La predisposizione genetica sembrerebbe essere un fattore che ne influenza la comparsa e ad esserne colpite sono principalmente le donne dopo la menopausa.

artrosi

L’articolazione del polso può essere colpita da artrosi

Artrosi del piede

Questo tipo di artrosi si presenta come un’infiammazione della borsa sinoviale (borsite) che protegge l’articolazione. 

Tale infiammazione può determinare con il tempo il deterioramento progressivo dell’articolazione, in particolare quella dell’alluce, la parte più esposta a usura da carico e attrito dovuti al cammino.


Utilità dell’osteopatia per l’artrosi

L’artrosi viene definita come un’effetto dello squilibrio biomeccanico.

È per questo motivo che l’osteopatia è molto utile in caso di artrosi poiché va a lavorare su quelle disfunzioni che stanno alla base del disturbo.

L’osteopatia può essere utile in quanto lo scopo del trattamento osteopatico in caso di artrosi è quello di cercare di ridare funzionalità e mobilità all’articolazione dolorante e di ridurre la tensione della muscolatura articolare.

Trattamento manipolativo osteopatico: in cosa consiste 

Il trattamento manipolativo osteopatico permette il recupero della mobilità dell’articolazione e la riduzione della sintomatologia dolorosa.

L’osteopsta infatti, con l’uso delle sole mani, ricerca le disfunzioni osteopatiche, ossia quella riduzione della mobilità dei tessuti o di un’articolazione che causa un’alterazione dell’equilibrio generale della persona. 

Mediante la manipolazione osteopatica delle strutture osteo-muscolari in disfunzione, l’osteopata è in grado di ridare mobilità ai tessuti e alle strutture ad esso correlate.

A ciò segue solitamente:

  • un miglioramento della vascolarizzazione e del trofismo della zona manipolata,
  • la regressione del dolore come conseguenza dell’eliminazione delle cause scatenanti,
  • la riduzione della contrattura muscolare,
  • Il miglioramento della postura.

Non è da sottovalutare il fatto che, ad esempio, un’artrosi all’anca o lombare può avere come concause delle tensioni viscerali a carico dell’addome.
In questi casi l’osteopata userà la tecnica della manipolazione viscerale al fine di agire sulle strutture fasciali, nervose e viscerali (quindi non solo ossee) che entrano in relazione con l’articolazione dolorante.

Seguendo un approccio osteopatico si ottengono molto spesso risultati eccellenti sia sotto il profilo sintomatico sia sotto l’aspetto di recupero funzionale.

Se soffri di artrosi o dolore alle articolazioni non esitare a contattarmi per un consulto.

Ricevo a Verona e a Santa Maria di Zevio (Verona).

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